«Qui si entra per servire la corona, non per mettersela in testa». Se non avesse un significato preciso nel contesto in cui è stato pronunciato, questo monito potrebbe essere la metafora di una leadership intesa come coinvolgimento per un obiettivo condiviso, come servizio al bene comune. Nel caso specifico la corona è quella dello storico marchio di orologi Rolex e l’avvertimento è quello rivolto a Gian Riccardo Marini al suo primo arrivo “a corte”, ovvero all’headquarter di Ginevra, niente meno che dall’allora CEO André Heiniger. E Heiniger probabilmente non immaginava il peso che avrebbero avuto le sue parole sulla vita e la carriera di questo giovane e intraprendente manager italiano, figlio d’arte (il padre fu il primo importatore e distributore di orologi Rolex in Italia); né tantomeno che qualche decennio dopo Marini avrebbe preso il suo posto diventando, nel 2011, il numero uno a livello mondiale del prestigioso marchio orologiaio svizzero.
Quello che Gian Riccardo Marini ha offerto ai partecipanti di EMF – Executive Master in Finance in occasione della Graduation Ceremony è lo spaccato della carriera di un leader costruita sulla convinzione che esistano valori ai quali si può dedicare un’intera vita. I valori in questo caso sono quelli della cultura d’impresa, della perfezione, dell’attenzione al dettaglio, dell’identità che sa affrontare l’innovazione senza sbiadirsi.
In un dialogo con Andrea Beltratti, Academic Director EMF, e Maurizio Dallocchio, Professore Ordinario del Dipartimento di Finanza dell’Università Bocconi, Marini ha ripercorso le tappe della sua carriera, tutta dedicata alla “corona”, che ebbe inizio nel lontano 1972 con l’ingresso nella società fondata da suo padre e da Franco Locatelli. Ed è proprio quest’ultimo che gli da l’“imprinting”: «Locatelli era una persona estremamente esigente e intransigente, che non accettava compromessi. Del resto veniva direttamente dalla scuola di Hans Wilsdorf, il fondatore di Rolex», ricorda Marini. «Da lui ho imparato soprattutto la dedizione al lavoro e il valore della coerenza e della riconoscibilità, per i prodotti come per le persone».
Una dedizione e una tenacia che lo hanno portato a scalare i vertici aziendali diventando prima direttore e poi amministratore delegato di Rolex Italia e infine CEO della società a livello globale. Ma anche dall’alto di uno dei brand più famosi del mondo Marini non esita a elencare l’umiltà tra gli ingredienti del suo successo: «è stato sicuramente un fattore-chiave quando ho dovuto imparare questo lavoro». E tutt’oggi l’understatement – o il «low profile», come lo definisce lui stesso – e la riservatezza caratterizzano la cifra stilistica dell’azienda.
E dalla sua posizione attuale qual è il consiglio che Marini può dare a un manager che vuole pianificare la sua carriera? La risposta del CEO alla domanda di Beltratti è la perfetta sintesi della sua storia: «devono essere ben chiari tre concetti, le “3P”: Passione, ciò che ti fa gettare il cuore oltre l’ostacolo; Professionalità, ciò che ti dà il metodo per impostare il tuo successo e la capacità di imparare continuamente; Prestigio, che è il tratto distintivo, ciò che ti rende unico e riconoscibile e che non va confuso con il lusso». Come dire: il lusso si può comprare, il prestigio no, senza tralasciare i legami con la tradizione ed il perseverare nel diffondere la propria cultura d’impresa.
In una carriera così inscindibilmente legata a un brand è normale che il segreto del successo personale ricalchi in qualche modo quello dell’azienda, e viceversa. Non sorprende quindi che Marini veda proprio nell’eccellenza capace di bilanciare e armonizzare tradizione e continua innovazione la chiave di volta di ogni successo. Un valore che va costruito e trasferito tra le generazioni e per il quale oggi è necessaria una formazione mirata, anch’essa di eccellenza.
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