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Università: diffuso il ranking 2016 della rivista inglese Times Higher Education

Notizia del 23/09/2016 ore 17:24

La rivista inglese “Times Higher Education” ha appena diffuso il nuovo ranking delle migliori università, il “World University Ranking 2016″, che prende in esame 980 università (erano 800 nel 2015) distribuite in 79 paesi di tutto il mondo. Per l’Italia, a fronte di un aumento degli atenei di ogni ordine dimensionale coinvolti nel ranking (39 per l’attuale, erano 34 nell’edizione precedente), la Scuola Nomale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna, entrambe di Pisa, confermano rispettivamente la prima e la seconda posizione, accreditandosi nel gruppo degli atenei top 200 al mondo.

Nelle prime posizioni assolute si confermano gli atenei di Stati Uniti e Regno Unito, con Oxford, California Institute of Technology, Stanford rispettivamente in prima, seconda, terza posizione. Le prime dieci posizioni sono occupate dai più noti atenei inglesi e americani, con un’università svizzera (ETH Zurigo).

Oltre la 200esima posizione tra le università italiane si segnalano: Università di Bologna, Politecnico di Milano, Università di Trento (tutte fra la posizione 201 e 250); Libera Università di Bolzano e Sapienza di Roma (entrambe tra 251 e 300). Seguono le altre università italiane prese in considerazione dal ranking.

Questo ranking ha visto consolidare negli anni la sua attendibilità, tanto da essere considerato uno di quelli che “fanno testo”, grazie alla metodologia e al fatto che, per essere presi in considerazione, gli atenei devono sottostare a una serie di rigidi requisiti, preliminari alla valutazione. Ad esempio, è necessario presentare almeno 200 pubblicazioni censite nella banca dati “Scopus”, riferite agli ultimi cinque anni, per un totale di mille pubblicazioni. Per la prima volta, per il ranking 2016, sono stati inclusi nella valutazione anche oltre 500.000 libri, insieme a 11.9 milioni di articoli scientifici e più di 56 milioni di citazioni.

L’attendibilità del “World University Ranking 2016″ di “Times Higher Education”, che si definisce “l’unico prodotto e verificato da analisti indispendenti”, deriva anche dall’aver reso comparabili dati riferiti a Paesi con contesti e sistemi universitari differenti. I dati sul volume dei finanziamenti – per fare un altro esempio – sono stati rapportati al potere d’acquisto nel Paese. Tale metodologia, ormai consolidata e replicata per ogni edizione, offre la possibilità di fare paragoni che, con gli anni, indicano linee di tendenza e disegnano scenari validi per i singoli atenei e per il contesto nazionale di riferimento.
Quanto all’Italia, i dati confermano il ruolo strategico per il sistema Paese e la proiezione internazionale delle scuole universitarie superiori di Pisa, con la Normale e il Sant’Anna ai vertici. Quest’ultima, in particolare, trova conferma dell’exploit della scorsa edizione, tenuto conto della sua età – nel 2017 saranno passati 30 anni dalla fondazione – che l’aveva portata nella top ten mondiale delle giovani università, con meno di 50 anni dalla fondazione, diffusa sempre da “Times Higher Education” a marzo 2016.

“A mio parere non si tratta di vantarsi rispetto ai colleghi degli altri atenei – è la prima dichiarazione del direttore eletto della Scuola Normale Superiore, Vincenzo Barone, che entrerà in carica nei prossimi giorni – ma di trovare la forza, tutti insieme, di rilanciare il paese. La Scuola Normale rappresenta una opportunità in questo senso e anche valutazioni oggettive come quella del Times Higher Education mi piacerebbe che contribuissero a far passare questo messaggio”.

“Insieme alla Normale – commenta il rettore della Sant’Anna, Pierdomenico Perata appena saputa la notizia – manteniamo le nostre posizioni per l’Italia, a fronte di un aumento degli atenei presi in esame, confermandoci nella top 200 mondiale. L’Italia è il paese europeo con i minori investimenti in ricerca eppure il nostro sistema di formazione e ricerca ha confermato di essere competitivo e, visti i requisiti stringenti per essere ammessi, è già una notizia positiva che sia aumentato il numero di università del nostro paese prese in considerazione dal ranking. Ma è altrettanto chiaro che senza una inversione di tendenza nel finanziamento della ricerca e delle università, seguendo rigorosi criteri di merito, l’Italia non riuscirà a evitare il declino della formazione universitaria e della ricerca scientifica. Che condannerà il nostro Paese ad un futuro tutt’altro che roseo, soprattutto per le nuove generazioni”.

“Già oggi la Sant’Anna di Pisa – prosegue Perata – ottiene una parte considerevole dei propri finanziamenti da fonti non statali, unica strategia oggi possibile per mantenere una buona competitività internazionale. Ricerca e trasferimento tecnologico, con le nostre 45 aziende spin off attive e un numero crescente di brevetti, restano alcuni nostri punti di forza. Il ranking – prosegue Pierdomenico Perata nella sua analisi – conferma che scegliere dove investire è una scelta che paga e, proprio come la Normale, abbiamo puntato a diventare eccellenze riconosciute in determinati settori, dalla biorobotica alla fotonica, alle scienze della vita, ma anche nelle scienze sociali con il peace-keeping e con gli studi su macroeconomia e management per fare alcuni riferimenti ai ‘cavalli di battaglia’ del Sant’Anna, ateneo di piccole dimensioni che ha raggiunto ancora risultati di grande livello di cui beneficiano l’intero sistema Paese e con i quali ci avviamo verso il 2017, anno del nostro trentennale”.

“Questi risultati – sottolineano in maniera congiunta Vincenzo Barone e Pierdomenico Perataconfermano la grande qualità della didattica e della ricerca scientifica che ogni giorno la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna mettono a disposizione dei propri allievi all’interno delle aule e dei laboratori. Il fatto, poi, che i primi due atenei italiani siano distanti solo pochi metri, che offrano un percorso ‘curriculare’ identico, ovvero laurea più dottorato, in ambiti scientifici diversificati è una risorsa che vogliamo valorizzare nei prossimi tempi per dare alla Toscana, e all’Italia, un polo di ricerca che possa risultare ancora più attrattivo a livello internazionale”.

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